Egregio direttore,
l'ultimo Consiglio Comunale di Poggibonsi, da me presieduto, mi ha dato lo spunto per lo sviluppo di una riflessione che - non essendomi stato possibile comunicare durante l'assemblea, visto il ruolo "super partes" che stavo ricoprendo - ho deciso di condividere con lei e, se come mi auguro riterrà opportuno pubblicarla, coi lettori della sua testata, che apprezzo per l'imparzialità e la completezza con cui tratta di informazione locale e non.
Scrivo queste righe nel giorno in cui la carta stampata, per protestare contro quello che definisce un bavaglio ai propri danni, decide di reclamare il diritto all'altrui sputtanamento rinunciando volontariamente per un giorno al proprio dovere di informare. E' proprio di questo che vorrei parlare.
Il sito da lei diretto ha riportato tempo fa la presa di posizione del Pd poggibonsese relativa al disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche che da mesi si discute in parlamento. Tale legge veniva definita dai democratici "inaccettabile", e le stesse obiezioni verso i limiti allo strumento delle intercettazioni sono state ribadite da Pd e IdV in un documento discusso nel corso dell'ultimo Consiglio.
Per la verità in quell'ordine del giorno si riportavano anche alcune inesattezze, dovute forse a una lettura poco attenta del ddl e a una scarsa conoscenza della regolamentazione in vigore sul tema nelle altre grandi democrazie, ma non vorrei soffermarmi su questo: del resto ritengo, d'accordo con l'intervento in Consiglio del Capogruppo PdL Vignozzi, che la legge attualmente in discussione sia fin troppo morbida nella tutela del diritto alla riservatezza, un diritto che è costituzionalmente garantito e prima ancora un diritto che è inscritto nella natura stessa della persona.
Quello che mi interessa discutere non è tanto la contrarietà di fronte a un provvedimento che, come ogni altro, è oggetto di dibattito politico, quanto le motivazioni espresse da Pd e IdV a sostegno di tale contrarietà. Oggetto di critica da parte di certa sinistra è proprio, infatti, l'idea stessa che esista una privacy meritevole di tutela, e che ogni ingerenza nella sfera individuale sia giustificabile in base al diritto di indagare e informare. Sarò allora estremamente diretto, fino a risultare brusco: chi auspica un sistema in cui, in nome della sicurezza, tutti sono intercettati, difendendo tali metodi polizieschi con la massima "male non fare, paura non avere", è nient'altro che un nostalgico dei totalitarismi novecenteschi, dai quali ci siamo liberati tra milioni di lutti.
Chi vede le intercettazioni come strumento di controllo anziché come strumento di repressione dei reati, porta avanti - forse inconsapevolmente - un ragionamento alla base del fascismo, e a nulla vale la tessera dell'ANPI in tasca e la retorica sulla Liberazione, se poi nei fatti si considera il Regime un modello di civile convivenza anche nel 2010.
La verità è che difendere lo stato attuale delle cose, in cui ore di conversazioni private (la maggior parte delle quali priva di rilevanza penale) vengono diffusi senza alcun limite sui mezzi di comunicazione, è farsi complice di una vergogna senza fine e senza eguali in tutto il resto dell'occidente, laddove la pubblicazione di materiale intercettato che non riguardi processi in corso è impensabile, rappresentando come minimo una violazione della deontologia professionale dei giornalisti.
A tale continua intromissione nella sfera privata era doveroso porre freno. Lo si sta facendo discutendo una legge certo perfettibile, ma che almeno ha posto il problema. Un problema, a onor del vero, avvertito nella passata legislatura anche dal centrosinistra, che non più di due anni fa (nel programma elettorale di Veltroni) ha assunto posizioni garantiste oggi in gran parte sconfessate per seguire l'onda del dipietrismo e dell'antipolitica.
Non si tratta, in conclusione, di punire chi diffonde conversazioni private in segno di resa di fronte al deplorevole fenomeno della fuga di notizie dalle procure, ma del tentativo di affermare un elementare principio di civiltà: i processi, prima del termine dei quali ogni imputato è da considerarsi innocente, si fanno nelle aule dei tribunali, non sulle colonne dei giornali, né al bar sport, tantomeno in sedi politico-istituzionali. La barbarie di cui gli italiani sono vittime ormai da troppi anni, una barbarie fatta di linciaggi mediatici (quando non fisici) e processi sommari nei quali l'innocenza non è opzione contemplata, deve avere termine nel minor tempo possibile. Solo così potrà essere ristabilita la normalità, solo così potrà essere restituita dignità a un dibattito politico che verta sulle proposte concrete e non sul pettegolezzo da rotocalco.
Ringraziandola per la pazienza, le faccio i migliori auguri per la testata, preziosa fonte di informazione per la Valdelsa e non solo.
Cordiali saluti,
Tommaso Lorenzi
La lettera è stata pubblicata, con risposta del direttore Federico Bertolucci, all'indirizzo http://www.valdelsa.net/det-cy30-it-EUR-39722-.htm